PROGREDIRE VERSO FREUD

Con il termine “progredire” (dal lat. progrĕdi «avanzare») si intende procedere verso il compimento di un’opera, di un’attività o il raggiungimento di un livello migliore. Un secondo significato del titolo, e probabilmente quello più interessante per il lettore, si riferisce al progresso o anche al miglioramento delle teorie e tecniche psicoanalitiche successive a Freud non già in favore dei contributi offerti da quest’ultimo con le sue opere ma in un certo senso tendenti a confermare quanto già l’Autore avesse definito e descritto precedentemente, seppur in altri tempi e termini. Pertanto mi trovo a dover tralasciare un titolo come “progredire grazie a Freud” per privilegiare “progredire verso Freud” con tutte le sfumature di critica e di giudizio personale che in esso si celano.

L’opera che più di altre ha destato il mio interesse al fine di portare avanti un confronto tra Freud e quanto sostenuto da autori successivi è: “Costruzioni nell’analisi” (1937). Come ho già provato a chiarire precedentemente le critiche che seguono sono rivolte al mio modo di pensare e di intendere la psicoanalisi e non già ad un’opera di convincimento del lettore o ancora ad una messa in discussione di quanto affermato da psicoanalisti post-freudiani di meritata notorietà. Già nelle prime pagine dello scritto di Freud emerge un concetto fondamentale che tutt’oggi viene ripreso in accezioni e sfumature diverse da autori contemporanei: l’importanza della diade paziente-terapeuta nel processo analitico. Scrive Freud (1937):

“[…] A questo punto, però, veniamo ammoniti a non dimenticare che il lavoro analitico è costituito da due elementi completamente diversi, che esso si svolge su due scenari separati, che coinvolge due persone, a ciascuna delle quali è assegnato un differente compito. […] A entrambi resta il diritto di ricostruire mediante integrazioni e ricomposizioni del materiale che si è preservato”.

E’ in queste prime pagine che Freud, giunto ormai agli ultimi anni della sua vita, delinea il compito dell’analista in seduta. Quello cioè di

“[…] scoprire o per essere più esatti costruire il materiale dimenticato a partire dalle tracce che di esso sono rimaste. Come e quando lo fa, e il tipo di dilucidazioni con cui comunica all’analizzando le proprie costruzioni è ciò che stabilisce il collegamento tra i due elementi del lavoro analitico, tra la parte che spetta a lui e quella che spetta all’analizzato”.

E’ straordinariamente importante notare come tali aspetti siano ripresi, e con parole non del tutto diverse da quelle usate da Freud, da autori contemporanei di grande rilievo. Primo fra tutti non posso non citare quanto Thomas H. Ogden scrive in Reverie e Interpretazione (1999):

“Paradossalmente, per quanto personali e private paiano all’analista le proprie rêverie, è fuorviante considerarle solo “sue” creazioni personali, giacché la rêverie è al tempo stesso quella costruzione intersoggettiva inconscia creata congiuntamente (ma in modo asimmetrico) che ho denominato “il terzo analitico intersoggettivo” (Ogden, 1994°, b, c, d). Concettualizzando la rêverie sia come un evento psichico individuale sia come una costruzione intersoggettiva inconscia, mi baso su una concezione dialettica dell’interazione analitica: analista e analizzando insieme contribuiscono e partecipano a un’intersoggettività insconscia”.

Pur essendo parole usate da Ogden per descrivere la propria esperienza su come egli cerchi di usare i suoi stati di rêverie in analisi, non si può non considerarle come una descrizione di quello che avviene all’interno della stanza di analisi tra analista e analizzato. L’utilizzo di termini come “costruzione intersoggettiva”, “interazione analitica” e perfino il concetto di “asimmetria” balzano all’attenzione del lettore per la stretta somiglianza con quanto Freud aveva già teorizzato sessanta anni prima. Nelle pagine seguenti di Rêverie e interpretazione l’Autore si sofferma sull’importanza da parte dell’analista di “tollerare l’esperienza di essere alla deriva” ovvero sulla possibilità di conoscere solo a posteriori, e non nell’hic et nunc della seduta, il valore significativo di una data rêverie o di una data costruzione intersoggettiva. Scrive Ogden (1999):

“L’analista deve riuscire a concludere una seduta con la sensazione che l’analisi sia in un momento di pausa, sia arrivata a una virgola di una frase. Il movimento analitico può essere descritto efficacemente come un “arrancare verso” (Coltart, 1986, tratto da Yates) piuttosto “che un arrivare a”.

Un concetto analogo era già stato formulato da Freud proprio in Costruzioni nell’analisi (1937) quando, dopo aver comparato la figura dell’analista a quella di un archeologo che dissotterra una città distrutta e sepolta, si rende conto che solo in rare occasioni è possibile recuperare totalmente il materiale nascosto o sepolto mentre il più delle volte ci si deve affidare esclusivamente a delle ricostruzioni che, in quanto tali, non possono andare oltre un certo grado di verosimiglianza. La differenza tra i due professionisti però, risiede nel fatto che mentre per l’archeologo la ricostruzione coincide con la meta e il termine di tutti gli sforzi, per l’analista la costruzione è soltanto un lavoro preliminare che verrà di volta in volta ampliato in base al materiale che l’analizzato continuerà a far affluire. Considerazioni affini si ritrovano inoltre in un altro lavoro di Freud del 1937 che si intitola Analisi terminabile e interminabile. In questo testo, più che indicare il momento esatto in cui un’analisi può considerarsi terminata, l’Autore sottolinea le difficoltà e allo stesso modo le condizioni favorevoli che si possono incontrare nel trattamento analitico con un paziente e le regole severe a cui deve attenersi un analista (in formazione o già formato) affinché possa trasformare la sua analisi da compito “terminabile” in “compito interminabile”. Tutto ciò si sposa bene con il concetto di “arrancare verso” utilizzato da Ogden per descrivere il processo psicoanalitico.

Quanto già detto per Ogden è valido anche per Ferrari che, ne l’Interpretazione psicoanalitica (1997), utilizza il termine “proposizione analitica” per distanziarsi dal concetto di “interpretazione” proprio come Freud (1937) sostituiva a quest’ultimo il concetto di “costruzione”. Scrive Ferrari (1997):

“[…] Questo fa della relazione analitica una relazione privilegiata quindi, nella quale la parola detta dall’analista all’analizzando non è la parola come descrizione di qualcosa ma la parola come costituzione di un rapporto. Riteniamo che questo chiarisca le implicazioni che sono alla base della scelta di proposizione analitica invece che di interpretazione. Vale la pena di sottolineare quindi che dal nostro punto di vista la parola viene usata come interazione comunicativa e non come descrizione di…

Appare evidente che il testo di Ferrari non si esaurisce ad una mera riproposizione di concetti già delineati dal “padre” della psicoanalisi ma ancora una volta, tutto ciò, non sembra un progredire, un andare avanti verso Freud? Sembra come se per dover introdurre concetti teorici nuovi si riparta sempre da una rilettura maggiormente approfondita dei testi freudiani utilizzando spesso i medesimi concetti, senza nemmeno citarli.

Il testo di Costruzioni in analisi continua soffermandosi sui valori del si e del no dell’analizzato in risposta ad una determina costruzione fatta dall’analista (in base a quanto emerso dall’analizzato stesso) ed evidenzia le modalità di conferma diretta e indiretta che si possono trarre sviscerando i contenuti emersi in analisi. Quel che però può esserci più utile, seguendo la linea teorica tracciata all’inizio di questo elaborato, è l’uso interscambiabile che Freud fa del concetto di costruzione e ricostruzione. Per Mancia (1990), l’aver lasciato sfumata questa distinzione tra i due concetti, manifesta il tentativo di Freud di rimanere legato alla “memoria storica” dell’analizzato come unico mezzo per poter trasformare una costruzione in una realtà psichica che, ricollegandosi appunto al passato, diventa una ricostruzione. Quest’ultima inoltre difende l’analista dall’accusa di suggestione essendo garanzia di una scoperta di un evento realmente accaduto. Questo tentativo dell’Autore nel 1937 di sottolineare l’importanza della costruzione tra analista e analizzato nella seduta salvaguardando allo stesso tempo l’importanza della “verità storica” e della sua ricostruzione, si ritrova oggi in molti autori contemporanei mentre in altri si tende ad una estremizzazione in favore della costruzione nel qui ed ora, ignorando, a mio avviso, quel percorso psicoanalitico classico che ha sempre valorizzato la “spinta ascensionale”[1] del rimosso in grado di portare alla coscienza importanti tracce mnestiche di un qualcosa che è stato vissuto in tempi remoti e poi dimenticato, deformato e spostato. A tal proposito appare interessante l’articolo di Martini (1993) che riprende la differenziazione esistente in campo psicoanalitico tra storie e narrazioni, costruzioni e ricostruzioni. L’Autore concorda essenzialmente con il modello freudiano esplicitato precedentemente secondo cui la storia dell’analizzato e la narrazione di essa, così come la costruzione e la ricostruzione dell’analista in seduta, si dispongono lungo un continuum che di volta in volta enfatizza un aspetto piuttosto che l’altro, pur mantenendo la possibilità di procedere congiuntamente. Chi invece tende a discostarsi da un modello psicoanalitico tradizionale sottolinea la contrapposizione tra i due termini (storia-narrazione, costruzione-ricostruzione), estremizzando un nuovo modello che

“[…] può giungere a propugnare la necessità di evitare qualsiasi riferimento al passato e alla storia, per concentrarsi solamente sulla costruzione di «narrazioni» dotate di senso e coerenza interna, ma inidonee ad attingere alla realtà del dato esperienziale, che rimane inconoscibile” (Martini, 1993).

Tra i diversi autori legati a tale nuovo modello Spence (1982) è sicuramente uno tra i più estremisti. Alcune sue affermazioni quali: “i ricordi vengono creati nel corso dell’analisi”[2], oppure: “un’interpretazione è efficace perché attribuisce ad un accadimento goffo e bizzarro una sorta di compiutezza linguistica e narrativa, non perché sia in grado di renderne conto in senso puramente causale”[3] e ancora l’idea “che la verità si possa creare mediante l’enunciazione”[4], contribuiscono a creare quello scollamento tra verità storica e verità narrativa ignorando l’esigenza di  verosimiglianza che una costruzione ha nei confronti dell’evento (o dello stato emotivo), remoto o attuale, che l’ha generata. Ancora una volta, personalmente, sento la necessità di progredire verso Freud recuperando un modello che in primo luogo ammetta l’esistenza di un passato oggettivo anche se impossibile da ri-conoscere definitivamente e che, in secondo luogo, si basi su di una prospettiva di carattere procedurale, che tenga conto che gli avvenimenti storici non possono ricostruirsi con precisione assoluta ma ciò non significa che possiedano la sola struttura che lo studioso fornisce loro con la sua interpretazione.

In ultima analisi, ma non meno importante, è la tematica che Freud apre nelle ultime pagine dello scritto del 1937 riguardo alla formazione delirante. Ricollegandosi a quanto detto precedentemente circa l’importanza di recuperare, per una buona costruzione, il “brano di verità storica” insito nel vissuto di ogni analizzato, l’Autore arriva a considerare le psicosi e le stesse formazioni deliranti (allucinazioni) come il ritorno di una verità rimossa, deformata e spostata in virtù di quelle stesse forze che si oppongono a questo ritorno. A questo punto scrive Freud:

“[…] nel riconoscimento del nucleo di verità del delirio stesso si troverebbe il punto d’incontro sul quale il lavoro terapeutico potrebbe svilupparsi. Questo lavoro consisterebbe nel liberare il brano di verità storica dalle sue deformazioni e dai suoi agganci con la realtà del presente e nel riportarlo al punto del passato cui propriamente appartiene”.

In questo senso, scrive Mancia (1990), un rifiuto della verità storica dell’analizzato in favore di una verità squisitamente narrativa rischia di far perdere a quest’ultima un suo statuto di verità, se sganciata da un contesto relazionale e allo stesso tempo storico. Lo stesso Freud arriva a paragonare le formazioni deliranti dello psicotico alle costruzioni che vengono erette durante i trattamenti analitici, qual ora questi ultimi non siano in grado di svelare le intime relazioni fra la parte di realtà che l’analizzato rinnega nel presente e la parte di realtà rimossa nel passato. Il commento che Thorner fa del pensiero di Bion, ripreso e ampliato da Martini (1993) mi sembra il raggiungimento di un buon progresso verso Freud:

“se il pensatore assume un’attitudine onnipotente, la verità non è più ciò che deve essere accettato, ma ciò che viene creato; la verità dipenderà allora da chi pone la questione (Thorner,1981). Quando il pensatore che assume un’attitudine onnipotente è il paziente, il rischio dinanzi a cui tale evento ci pone si chiama «delirio». Quando è invece  il terapeuta, il rischio della costruzione intesa come «creazione» (arbitraria) è quello di avvicinare insidiosamente la psicoanalisi all’ideologia” (Martini, 1993).

Oggi, in numerosi ambiti, non ultimo quello delle neuroscienze, si progredisce verso realtà e delucidazioni nuove riguardanti il funzionamento mentale, nevrotico e non. Tali nuove prospettive sembrano contenere in sé delle importanti “tracce mnestiche” riferibili a quanto già affermato, ormai un secolo fa, da Freud stesso. Il compito è quello di continuare a costruirci delle importanti e solide basi psicoanalitiche, a partire dai testi freudiani, al fine di predisporre e allo stesso tempo aprire la mente alle nuove e recenti “scoperte” teorico-pratiche che gli autori contemporanei continuano ad apportare al panorama psicoanalitico stesso. A mio avviso, solo con una buona analisi della storia è possibile leggere il panorama presente e futuro. E ciò appare utile in qualsiasi contesto vogliamo progredire.

Dott. Daniele Giovannetti

 

BIBLIOGRAFIA

FREUD, S. (1937), Analisi terminabile e interminabile. Tr. it. in Opere, vol. 11. Bollati Boringhieri Editore, Torino, 1989.

FREUD, S. (1937), Costruzioni nell’analisi. Tr. it. in Opere, vol. 11. Bollati Boringhieri Editore, Torino, 1989.

FERRARI, A. (1997), La proposizione analitica. In “L’interpretazione psicoanalitica”. Bulzoni.

MANCIA, M. (1990), Costruzioni e ricostruzioni nell’analisi. In Rivista di Psicoanalisi n.°4.

MARTINI, G. (1993), Il remoto e l’attuale: storie e narrazioni, costruzioni e ricostruzioni. In “Interazioni” n°1, pp. 53-64.

OGDEN, T.H. (1999), Rêverie e interpretazione. Casa Editrice Astrolabio, Roma.

SPENCE, D.P. (1982) Narrative truth and historical truth. Norton & Company, New York (Tr. It. Verità narrativa e verità storica , Martinelli, Firenze, 1987).

THORNER, H.A. (1981), Notes on thè desire for knowledge. Inter. J. Psycho

[1] Vedi Freud, S. (1937), Costruzioni nell’analisi. Tr. It. in Opere, vol. 11, pp.550. Bollati Boringhieri Editore

[2] Spence, D.P. (1982), Narrative Truth and Historical Truth. Norton & Company, New York (tr. It. Verità narrative e verità storica, Martinelli, Firenze, 1987 pp. 85)

[3] Spence, D.P. (1982), Narrative Truth and Historical Truth. Norton & Company, New York (tr. It. Verità narrative e verità storica, Martinelli, Firenze, 1987 pp. 126)

[4] Spence, D.P. (1982), Narrative Truth and Historical Truth. Norton & Company, New York (tr. It. Verità narrative e verità storica, Martinelli, Firenze, 1987 pp. 164)

Leave a Comment